Impariamo l’italiano cantando (ep. 4)

Impariamo l’italiano cantando

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Trascrizione

Bentornati nella rubrica rubrica dedicata alle canzoni italiane.

È una canzone famosissima che, a rima vista, sembra quasi senza senso.

E invece… è tutto il contrario.

Partiamo dal titolo: Nuntereggae più. In questo episodio vi svelo subìto il titolo che, avrete capito, non è scritto in italiano standard.

È infatti una deformazione del romanesco.

Nuntereggae più significa “Non ti reggo più” cioè: non ti sopporto più.

Il verbo usato è reggere, che informalmente, in tutt’Italia capiscono che significa sopportare. Reggere è infatti un sinonimo di sostenere, che fa pensare ad un peso.

Quindi non ti reggo più sta per non ti sopporto più.

Però il titolo gioca col termine “reggae” che è il genere musicale di Bob Marley.
Quindi il titolo è già ironico, ambiguo, ma anche e soprattutto creativo.

Ascoltando questa canzone si ha l’impressione di un elenco confuso: parole, nomi, concetti… messi insieme apparentemente senza logica.

In realtà, è una critica durissima alla società italiana. Altro che senza logica.

Rino Gaetano è uno dei cantautori più originali e graffianti della storia italiana. Purtroppo non c’è più da tanti anni.

Dicevo che la canzone è un lungo elenco di nomi, situazioni e vizi dell’Italia degli anni ’70, e io testo è strutturato come uno sfogo liberatorio contro l’ipocrisia della società. Uno sfogo contro varie cose in realtà:

La politica

personaggi pubblici

I valori tradizionali

I media

È come se l’autore dicesse: “basta, non ne posso più di tutto questo” . Cioè: “Queste cose non le sopporto più”.

Il ritornello è quindi simile a: quando è troppo, è troppo

Nuntereggae più” viene ripetuto continuamente.

Questo crea un effetto quasi nervoso, insistente. È una specie di sfogo.

Come quando una persona ripete sempre la stessa frase perché ha raggiunto il limite.

Ma vediamo le frasi e le parole difficili per voi non madrelingua e spesso anche per gli italiani, soprattutto i più giovani.

Vediamone alcune.

A dama c’è chi fa la patta”.

La dama è il classico gioco da tavolo con le pedine bianche e nere. In Italia, per decenni, è stato il gioco “da bar” o “da circolo” per eccellenza, praticato soprattutto dagli uomini più anziani o dai politici di provincia.

Fare la patta? Che significa?

Nel linguaggio dei giochi (dama, scacchi, “patta” significa pareggio. Col pareggio non vince nessuno.

Fare la patta quindi significa finire la partita in parità, senza vincitori né vinti.

Cioè? Rino Gaetano sta facendo un paragone tra il popolo e l’élite (i politici e i potenti):

Si dice anche che”Il popolo si gratta“: Il “popolo” non ha lavoro, si annoia o è abbandonato a se stesso (grattarsi è il gesto di chi non ha nulla da fare o è insofferente).

Allora “A dama c’è chi fa la patta” sta a significare che mentre la gente comune soffre, i potenti “giocano” tra loro. “Fare la patta” significa quindi che i politici, anche se fingono di essere nemici (come il bianco e il nero alla dama), alla fine si mettono d’accordo. Si spartiscono il potere in modo che nessuno perda davvero.

Questa si può interpretare quindi come una critica ai compromessi politici. I potenti giocano sulla pelle dei cittadini e, alla fine, decidono di pareggiare per restare tutti sulle loro poltrone.

Poi continua con una bella rima:

“A sette e mezzo c’ho la matta”

Questa è davvero complicata.

“Sette e mezzo” è un gioco di carte italiano che si gioca con le carte più famose in Italia: le carte Napoletane.

L’obiettivo del gioco è arrivare a 7 punti e mezzo. Si distribuisce una carta ciascuno e poi eventualmente si chiede una carta aggiuntiva per avvicinarsi il più possibile a sette e mezzo.

Non sì conosce chiaramente le carte che stanno per arrivare Perché se si supera sette e mezzo “si sballa”, cioè si va oltre quel punteggio e si è fuori gioco. Ci si deve avvicinare a sette e mezzo più che si può.

La matta” cos’è ? È una carta speciale.

Si tratta del re di denari, che viene chiamato “matta” e da sola assume il valore di mezzo punto ma può valere da 1 a 7 punti interi, a discrezione del giocatore che lo possiede. A chi capita la matta difficilmente sballa.

Quindi:

c’ho la matta = ho la carta jolly

Ma in senso figurato?

Può significare:

“ho un vantaggio nascosto”

“ho l’asso nella manica”, “ho la fortuna dalla mia parte”.

oppure, in modo ironico: “sto barando” quindi ho molte possibilità di vincere. Questo fa a pensare a coloro che hanno dei vantaggi che altri non hanno.

E poi? Poi Rino Gaetano “vede tanta gente che non ha l’acqua corrente.”.

Cioè mentre i potenti si spartiscono le ricchezze e il potere, c’è gente che “non c’ha niente”.

“Ma chi me sente” è uno sfogo: una domanda retorica: queste persone hanno bisogni che vengono ignorati. Nessuno sente i lamenti di queste persone.

Possiamo ai “buffoni di corte”

Questa è un’espressione idiomatica.

Il buffone di corte era quello che faceva ridere il re. La corte del re. è l’insieme delle persone (nobili, guardie, servitori) che vivono intorno a un sovrano e lo assistono nelle sue funzioni.

Oggi i re non ci sono più, ma i buffoni di corte, se vogliamo alludere a qualcuno, esistono eccome!

Oggi i buffoni sono chi intrattiene il potere, chi serve coloro che hanno il potere, quindi parliamo di coloro che vogliono ricevete favori dai potenti, cioè dai politici.

Si parla anche dei “ministri puliti”.

Qui c’è ironia pura. “Puliti” significa onesti, ma chiaramente si tratta di ironia, come a dire: “sì certo… proprio puliti”

La canzone inizia con “Abbasso e alè”: l’unione di una specie di insulto (“abbasso!”) e di un incitamento (“alè!”). Si tratta di un modo veloce per dichiararsi a favore o contro qualcosa, tipo”abbasso la Juve” e “alè” che è un’esclamazione italiana di incitamento, spesso usata nel ciclismo e nello sport per spronare, per spingere i tifosi o i corridori. È sinonimo di “forza!”, “dai”, e “avanti!”.

Rino Gaetano con questo “abbasso e alè” critica il fatto che gli italiani si lamentano di tutto, ma poi continuano a trattare i politici e i VIP come idoli.

Nella parte finale, la canzone sembra scivolare volutamente in una banale canzonetta d’amore (“Che bella sei, vali per sei…”).

A me sembra un atto di sarcasmo eppure un modo per alleggerire: l’autore sembra dire che, alla fine, per non affrontare i problemi seri (la gente che “non c’ha l’acqua corrente”), l’italiano preferisce rifugiarsi nelle canzoni d’amore superficiali e nei programmi TV come Portobello, una famosa trasmissione in cui il protagonista era un pappagallo di nome Portobello, dove l’obiettivo dei concorrenti era fargli dire il suo nome.

“Portobello e illusioni” si dice.

Gaetano accosta il nome del programma alla parola “illusioni” per un motivo preciso: la TV di quegli anni stava diventando il nuovo “oppio dei popoli”.

C’è una distrazione di massa: Mentre l’Italia viveva la crisi economica, il terrorismo (gli Anni di Piombo) e la corruzione, la televisione offriva sogni facili e intrattenimento leggero.

Lotteria a trecento milioni”: i programmi TV che promettono successo e le lotterie che promettono ricchezza improvvisa.

Sono tutte “scappatoie mentali” , dei modi per scappare dalla realtà per un popolo che, come dice, spesso “non c’ha l’acqua corrente”.

La canzone è, in definitiva, un inno contro l’immobilismo dell’Italia, dove tutto cambia nei nomi, ma nulla cambia nei fatti.

Ma vediamo qualche cosa in più che vale la pena spiegarvi per capire l’Italia oltre che la canzone.
Si parla di “Ladri di polli / Ladri di Stato”.

I “ladri di polli” sono i piccoli criminali (che rubano poco); i “ladri di Stato” sono invece i politici corrotti che rubano grandi somme restando impuniti. C’erano allora, negli anni ’70 come oggi.

Poi le “Auto blu”: Sono le macchine di rappresentanza dei politici e dei funzionari statali (ancora oggi simbolo di privilegio). Le auto blu c’è l’hanno solo i politici più importanti.

Ma auto blu fa rima con “Sangue blu“. Parliamo della nobiltà.

Chi ha il sangue blu, vuol dire che appartiene a una famiglia nobile o aristocratica, simbolo di prestigio. L’espressione, derivante dallo spagnolo sangre azul, e si riferisce storicamente alla pelle pallida dei nobili, che non lavorando all’aperto, non si abbronzavano. Quindi si vedevano le vene che avevano un colore simile al blu.

Poi c’è “Eya alalà”: questo è un grido di guerra di epoca fascista (inventato da Gabriele D’Annunzio). Rino Gaetano lo mette nell’elenco delle cose che “non sopporta più”.

Non mancano alcune single dei partiti di quel periodo: PCI, PSI, DC, PLI, PRI: Sono gli acronimi dei partiti dell’epoca (Comunista, Socialista, Democrazia Cristiana, Liberale, Repubblicano). La ripetizione ossessiva serve a mostrare quanto fossero onnipresenti.

Si parla anche di “Immunità parlamentare“: questa esiste anche oggi.

È Il privilegio legale dei politici che impedisce loro di essere processati come i comuni cittadini (un tema caldissimo all’epoca e anche oggi). Anche di questa immunità parlamentare non se ne può più.

Nel testo non mancano tanti nomi che in qualche Modo hanno stufato. In parte si tratta della “élite” italiana del 1978:
La “Dinastia” Agnelli: I proprietari della FIAT.

Calciatori e Sportivi: Causio, Tardelli, Antognoni (campioni del calcio); Lauda (Formula 1); Thoeni (sci).

Ci sono presentatori TV: Mike Bongiorno, Maurizio Costanzo, Raffa (Raffaella Carrà).
Poi si cita anche “Cazzaniga“. Credo si tratti dì Gian Mario Cazzaniga, un filosofo,politico e sindacalista Italiano che è stato tra l’altro anche segretario nazionale della CGIL. Si sentiva spesso parlare di luì in quegli anni.

Per finire voglio citare qualche modo di dire molto usato e che Rino Gaetano non reggeva più.

Mi sia ‘onsentito dire”.

Questa è una parodia del linguaggio formale dei politici. La “C” mancante in “consentito” imita l’aspirazione toscana di alcuni leader politici dell’epoca. Nella lingua toscana molte “c” sono aspirate: casa diventa ‘asa, cannuccia diventa ‘annuccia e quindi consentito diventa ‘onsentito.

“Mi consenta” e “mi sia consentito dire” erano e sono ancora in realtà modalità molto frequenti in politica e nei dibattiti pubblici. È un modo per chiedere il permesso di dire la propria idea,la propria visione.

Possiamo a “Nella misura in cui” e soprattutto “Aliena ogni compromesso”

Stessa storia. Sono espressioni tipiche del “politichese”, un linguaggio inutilmente complicato usato per non dire nulla di concreto.

Analizziamo le parole.

Aliena: In questo caso deriva dal verbo “alienare”, che nel linguaggio formale/giuridico significa allontanare, escludere o cedere.

Ogni compromesso: Il compromesso è un accordo dove entrambe le parti rinunciano a qualcosa. In politica, spesso ha una sfumatura negativa (corruzione o perdita di coerenza).

Cosa significa la frase intera quindi?

Letteralmente significa: “Rifiuta/esclude qualsiasi tipo di accordo o mediazione”.

Come a dire che chi parla non è disposto a farsi convincere da altri. Questo fa pensare a un politico convinto e che non si fa corrompere da nessuno.

“Ué paisà.”.

Questo è un saluto stereotipato dell’emigrante italiano (spesso meridionale). Significa “ciao, paesano”, “ciao amico, tu che vieni dalla mia stessa terra”. Anche questa espressione fa pensare al fatto che in Italia si va avanti, si fa carriera tramite amicizie e conoscenze e non per meriti.

Il quindicidiciotto”.

Si riferisce alla Grande Guerra, cosiddetta la guerra del 15-18 cioè che c’è stata dal 1915 al 1918. La Prima Guerra mondiale quindi.

Il quarantotto / Il sessantotto.

Questi sono gli anni di rivoluzioni e rivolte studentesche. Fare un “quarantotto” significa ancora oggi creare un gran disordine. È un’espressione idiomatica anche. Il sessantotto è il 1968 che è stato un anno cruciale segnato da un’ondata globale di proteste studentesche e operaie contro l’autoritarismo, la guerra in Vietnam e le disuguaglianze sociali, culminato con il “maggio francese”, scontri a Valle Giulia in Italia, l’assassinio di Martin Luther King e la Primavera di Praga repressa dai sovietici.

Terminiamo con le P38.

Le P38 sono le pistole tristemente famose durante gli “Anni di Piombo” (periodo di terrorismo in Italia).

Anzi no, c’è anche la “Spiaggia di Capocotta”: Una spiaggia vicino Roma, famosa negli anni ’50 per un caso di omicidio e scandalo sessuale che coinvolse l’alta società parliamo del caso di Wilma Montesi, trovata morta su quella Spiaggia. Un episodio che pare abbia anche ispirato il film “la dolce vita” di Federico Fellini.

Adesso vi lascio all’ascolto della canzone sperando di avervi dato una mano nella comprensione anche dell’Italia di ieri e in parte anche di oggi.

 

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Questione di tempo

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episodio 1240

Trascrizione

Sapete, il tempo è una di quelle cose che tutti pensiamo di conoscere… finché non proviamo a spiegarlo in una lingua straniera.

Al tempo in cui si comincia a studiare italiano, per esempio, si imparano parole semplici: “oggi”, “ieri”, “domani”. Ma col tempo ci si accorge che non bastano più. Servono espressioni più precise, più sottili.

Ai tempi in cui anch’io studiavo le lingue (in realtà adesso che ci penso, le sto ancora studiando!) mi rendevo conto che alcune parole erano particolarmente difficili da afferrare.

Prendete ad esempio, in italiano, la parola frangente: non è un semplice momento, ma un momento delicato, spesso decisivo.

Un frangente può essere critico, imbarazzante, oppure determinante.

Es:

In un frangente così delicato, è meglio evitare decisioni affrettate.

Proprio nel frangente più difficile della partita, la squadra ha trovato il coraggio di reagire.

In certi frangenti, non è facile prendere le giuste decisioni.

A proposito di frangente, vale la pena fare una piccola digressione.

In realtà, i frangenti sono onde marine che, avvicinandosi alla costa, si rompono spumeggiando contro scogli o bassifondi.

Il termine deriva dal verbo “frangere”, che significa “rompere”. Le onde si rompono contro gli scogli. Si dice anche che si infrangono sugli scogli. In questo caso il verbo è infrangersi, che è simile ma molto particolare. Ce ne occupiamo nel prossimo episodio.

Il frangente, quindi, è sia l’onda stessa sia, per estensione, il punto pericoloso in cui questa si infrange. Ma nessuno usa frangente in questo modo.

Capite bene come si è arrivati al significato figurato: nella lingua italiana, un frangente è un momento difficile, delicato, a volte persino pericoloso. Un po’ come un’onda che si rompe con forza e mette alla prova chi si trova lì.

Somiglia chiaramente a circostanza, situazione, momento, evenienza.

Ecco, anche il termine evenienza è molto interessante. Voi stranieri non lo usate mai. Me ne sono accorto, cosa credete?

Eppure è una parola utilissima.

Evenienza indica una possibilità, qualcosa che può accadere, spesso con una sfumatura un po’ formale o anche prudente.

Per esempio:

in caso di evenienza, chiamami.

Per ogni evenienza, non esiti a contattarci.

Qui non sappiamo cosa succederà, ma ci prepariamo a una possibile situazione, magari imprevista.

Rispetto a parole come situazione o caso, evenienza ha un tono più elegante. Non a caso spesso si dà del lei quando si usa.

Si usa spesso in questa forma: in ogni evenienza, cioè “in qualsiasi caso”, “qualunque cosa accada”.

Ecco perché vale la pena impararla: non è molto comune nel parlato quotidiano, ma tutti la conoscono e dà subito un’impressione di precisione e padronanza della lingua.

E poi c’è la parola contingente.

Questa è una parola che da una parte indica una sorta di gruppo. Parliamo di una quota definita di persone o merci (es. un contingente di soldati). Abbastanza tecnico come sostantivo.

Ma la forma più usata è come aggettivo e non come sostantivo.

Indica qualcosa di occasionale, transitorio, eventuale.

Anche questa parola si riferisce al tempo, ma in modo diverso: indica qualcosa legato alle circostanze presenti, non stabile. Una decisione contingente, per esempio, dipende dalla situazione attuale.

Es:

Abbiamo preso questa decisione per motivi contingenti, ma la rivedremo più avanti.

La difficoltà che stiamo affrontando è contingente e non riflette la situazione generale dell’azienda.

Si tratta di un problema contingente, legato a circostanze temporanee e non strutturali.

Il contrario di contingente può essere strutturale, permanente, stabile definitivo.

Se uso contingente vuol dire che c’è un’urgenza, è accaduto qualcosa che non mi aspettavo.

Se una riunione è stata convocata per motivi contingenti, questo è un modo elegante per dire che c’è stata una situazione inaspettata, inattesa, non prevista. Non era pianificata, ma le circostanze l’hanno richiesta.

A proposito di circostanze: anche circostanza e circostanze sono parole fondamentali.

Le circostanze sono il contesto, l’insieme dei fattori che influenzano ciò che accade.

In certe circostanze si reagisce in un modo, in altre… in modo completamente diverso.

Es:

Non giudicare quella scelta senza conoscere tutte le circostanze che l’hanno determinata.

In quella circostanza, era meglio non parlare e aspettare il momento giusto.

Le decisioni aziendali cambiano a seconda delle circostanze economiche e del mercato.

Ma torniamo al tempo.

Ecco, queste due parole messe in fila formano una copia che si usa in diversi modi: “al tempo” .

Il primo lo avete appena visto.

La locuzione “al tempo” si usa ad esempio in modo informale e ha un significato simile a “questa cosa si farà al momento giusto” , eppure “aspetta, adesso non è il caso,meglio aspettare il momento più adatto” oppure ” ci vuole tempo, aspetta”. È un’esclamazione a volte anche un po’ brusca.

Può servire a fermare qualcuno, a rimandare un’azione.

Esempi:
Sistema tutto subito questo casino in camera tua!

Al tempo, non è il momento. Prima devo riposare.

Posso raccontarti tutto ora?

Al tempo, lascia che prima si calmino un po’ le cose.

Facciamo partire il progetto domani?

Al tempo, dobbiamo prima verificare i dettagli.

In sostanza, “al tempo” ci ricorda che certe cose richiedono pazienza e il momento giusto per essere affrontate.

Chiaramente “al tempo” si usa soprattutto per indicare un tempo preciso, un periodo storico preciso.

Esempi:

Al tempo dei Romani, la città era molto più piccola.

Lui era un famoso pittore al tempo del Rinascimento.

Ai tempi” è un po’ diverso.

Parliamo sempre di un periodo passato, ma spesso con nostalgia o paragone. Anche con ironia molto spesso.

Si usa per parlare di come erano le cose in un certo periodo, senza indicare necessariamente un momento preciso come fa “al tempo”.

Esempi:

Ai tempi della scuola, passavamo ore a giocare in cortile.

Le cose erano più semplici ai tempi dei nostri nonni.

Quindi”al tempo” sesso indica un momento preciso o il tempo giusto per fare qualcosa (anche nell’uso informale).
Invece “Ai tempi” quindi al plurale, indica un’epoca o periodo più ampio, spesso con un tono descrittivo o riflessivo o ironico.

Possiamo a “al momento” .

Quando diciamo “al momento”, intendiamo molto spesso “adesso”, nella situazione attuale. Si sta però dicendo che la situazione potrebbe cambiare. Abbiamo visto in un episodio passato la locuzione “ad oggi” e questa è del tutto analoga.

Come a dire che adesso la situazione è questa, ma chissà domani o anche tra un’ora o un minuto.

Es:

Al momento non ci sono novità, ma ti aggiorno appena so qualcosa.

Al momento non possiamo approvare il progetto, dobbiamo aspettare ulteriori verifiche.

Al momento vivo a Roma, ma potrei trasferirmi nei prossimi mesi.

A volte si usa “al momento ” anche al posto di “in quel momento”, quindi parlando di un momento passato e non di quello attuale.

In questi casi, però, è il contesto a chiarire tutto.

Es:

Non ho risposto subito perché al momento non avevo tutte le informazioni.

Sembrava una buona idea, ma al momento non ci siamo resi conto dei rischi.

Al momento della decisione, nessuno ha sollevato obiezioni.

Diverso è “sul momento“, che indica una reazione immediata e spesso istintiva: sul momento magari non sappiamo cosa dire. Del tutto analogo a “lì per li” che è più informale.

Es:

Non sapevo cosa rispondere sul momento, così ho fatto un sorriso e basta.

Quando l’ha visto cadere, è corso ad aiutarlo sul momento.

Non ho pensato a controllare i documenti sul momento, ma poi me ne sono pentito.

Per finire oggi vediamo l’espressione che ho inserito come titolo dell’episodio: questione di tempo.

L’espressione “questione di tempo” si usa per indicare che qualcosa succederà sicuramente, ma non si sa esattamente quando.

Si concentra sull’idea che la realizzazione o il cambiamento è inevitabile, e che serve solo un po’ di pazienza o attesa. Spesso, quasi sempre direi, si usa insieme a “solo”.

Es:

Non preoccuparti, la situazione si risolverà, è solo una questione di tempo.

Il treno partirà presto, è solo una questione di tempo.

Prima o poi Gianni capirà l’errore, è solo una questione di tempo.

Ora, come vedete, le espressioni legate al tempo sono davvero tante. E, a dire il vero, per motivi di tempo non è il caso di spiegarle tutte oggi.

Nel frattempo, però, accontentatevi di questo episodio, che credo sia molto utile per tutti voi stranieri che volete padroneggiare meglio queste sfumature.

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In croce

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episodio 1239

Trascrizione

Oggi parliamo di una locuzione molto usata nel parlato quotidiano, spesso con una sfumatura di lamentela o di insoddisfazione: “in croce”.

Immaginate una riunione, di quelle lunghe, magari anche un po’ inconcludenti. Si discute, si gira intorno ai problemi, si fanno interventi… e alla fine qualcuno sbotta: “Ma scusate, alla fine sono uscite due idee in croce!”. Ecco, qui siamo nel cuore dell’espressione.

Dire “due idee in croce”, oppure “quattro soldi in croce”, “due parole in croce”, significa sottolineare che ciò di cui si parla è pochissimo, quasi insignificante, al limite del ridicolo. Non è una semplice constatazione neutra: c’è quasi sempre un tono di delusione, se non proprio di critica.

Questa locuzione ha un valore rafforzativo. Non diciamo solo “due idee”, ma “due idee in croce”, come a dire: proprio il minimo indispensabile, il nulla o quasi. È un po’ come se si volesse enfatizzare la scarsità in modo colorito, quasi teatrale.

Facciamo qualche esempio.

Se entrate in un negozio e trovate gli scaffali mezzi vuoti, potreste dire:

Non c’è niente, ci sono rimasti quattro prodotti in croce.

Oppure, parlando di una persona poco loquace:

Gli ho fatto mille domande e mi ha risposto con due parole in croce.

O ancora, riferendosi a un compenso molto basso:

Per tutto quel lavoro mi hanno dato quattro spicci in croce.

In tutti questi casi, il senso è lo stesso: pochezza, scarsità, insufficienza.

È interessante notare che questa espressione si usa quasi sempre con numeri piccoli: due, tre, quattro… difficilmente direte “dieci cose in croce”. Perché?

Perché l’effetto deriva proprio dal contrasto tra l’attesa (che sarebbe maggiore) e la realtà (che invece è minima).

Tutto sta nel contrasto tra ciò che ci si aspetta e la misera realtà dei fatti.

C’è anche un certo gusto per l’esagerazione, per il lamento, tipicamente italiano. Non stiamo facendo un calcolo preciso: stiamo esprimendo una sensazione, spesso con un pizzico di frustrazione.

Quindi, la prossima volta che vi troverete davanti a qualcosa di deludente—poche idee, pochi risultati, poche risorse—potrete dire tranquillamente:
“Alla fine, c’era ben poco… giusto due cose in croce.”

Ma perché usare la parola croce?

Bella domanda vero?

La parola “croce” in “due cose in croce” non va interpretata in senso religioso.

Ci sono due spiegazioni principali, entrambe abbastanza plausibili:

Innanzitutto l’idea di essenzialità estrema.

La croce è una figura molto semplice: due linee che si incrociano. Niente di elaborato, niente di ricco. In questo senso, dire “due cose in croce” richiama proprio qualcosa di scheletrico, ridotto al minimo indispensabile, quasi povero di contenuto. È come dire: c’è solo l’ossatura, manca tutto il resto.

C’è anche un’ipotesi più sfumata: la croce, associata storicamente alla sofferenza e alla fatica, potrebbe aver contribuito a dare alla locuzione quel tono leggermente lamentoso, quasi di disagio: “ci sono rimaste due cose in croce” suona un po’ come dire “siamo messi male”.

In ogni caso, oggi l’origine non è più percepita: per un italiano, “in croce” è semplicemente un modo naturale e spontaneo per dire “pochissimo”, spesso con una punta di insoddisfazione.

Adesso dai, facciamo un bel ripasso degli episodi precedenti. Non chiedo tanto, ma almeno un paio di frasi in croce. Non vi chiedo di più.

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In borghese

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episodio 1238

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C’è qualcosa di curioso nell’espressione “in borghese”.

A sentirla così, isolata, sembra quasi appartenere a un’altra epoca, a un mondo fatto di cappelli, giacche ben stirate e passeggiate in centro. E in effetti, un po’ è proprio così.

In borghese” nasce da borghesia, quella classe sociale che, tra nobiltà e popolo, ha rappresentato per secoli il volto più riconoscibile della vita quotidiana: persone comuni, rispettabili, senza uniforme, senza insegne, senza simboli di potere evidenti.

Ed è proprio qui il punto.

Quando diciamo che qualcuno è in borghese, intendiamo dire che non indossa una divisa, che si presenta come una persona qualunque, indistinguibile tra la folla.
Un poliziotto in borghese, ad esempio, non porta la divisa: si confonde tra i passanti, osserva senza essere notato, agisce senza attirare l’attenzione.

Es.

State camminando per strada, tutto sembra normale, quando qualcuno vi dice:

Attento, quello è un poliziotto in borghese.

E improvvisamente cambia tutto.
Quella persona, che fino a un attimo prima era uno qualunque, assume un altro significato. Non è più solo un passante: è qualcuno che ha un ruolo, ma non lo mostra.

Parliamo di chi svolge una funzione ufficiale senza indossarne i segni distintivi.

C’erano diversi agenti in borghese tra la folla.

L’arresto è stato effettuato da due carabinieri in borghese.

In questi casi, “in borghese” serve a sottolineare proprio questo contrasto: ruolo nascosto, apparenza normale.

Ma la locuzione non si ferma qui.

Pensate a un contesto completamente diverso, più quotidiano.
Un’azienda, un ufficio, magari una cerimonia.

Oggi niente giacca e cravatta, siamo tutti in borghese.

Qui non ci sono poliziotti, né operazioni “sotto copertura”.

Eppure il senso è simile: assenza di formalità, di segni distintivi, di “uniforme” sociale.

“In borghese”, in questo caso, diventa quasi sinonimo di informale, di normale, di non ufficiale.

Si usa anche in questo modo la locuzione.

Quando diciamo “in borghese”, quella piccola preposizione “in” fa molto più di quanto sembri.

Non indica semplicemente un luogo, come in “in casa” o “in ufficio”.

Qui in introduce una condizione, uno stato visibile, quasi una “forma esteriore” in cui una persona si presenta.

È la stessa in che usiamo quando vogliamo descrivere come appare qualcuno agli occhi degli altri.

Pensate a queste locuzioni:

in uniforme

in divisa

in abito da sera

in giacca e cravatta

in maniche di camicia

In tutti questi casi, in significa qualcosa come: “nella condizione esteriore di”, “vestito in modo tale da apparire…”

Se allarghiamo lo sguardo, troviamo molte altre espressioni analoghe, anche fuori dall’abbigliamento:

in silenzio

in difficoltà

in imbarazzo

in incognito

Anche qui in introduce uno stato, ma non più visivo. È come se passassimo dall’abito esterno alla condizione interna o situazionale.

“In borghese”, in un certo senso, sta proprio a metà strada tra questi due mondi:
è visibile, ma porta con sé anche un significato più profondo, legato al ruolo e all’intenzione.

Notate che essere in borghese è simile a “essere in abiti civili”.

Quasi equivalente, ma non del tutto. Infatti “in abiti civili” indica semplicemente che una persona non indossa una divisa

Ad esempio:

Il militare era in abiti civili durante la cerimonia.

Qui manca quell’elemento di intenzione o funzione nascosta.

“In borghese”, invece, ha spesso una sfumatura in più: suggerisce che l’assenza di uniforme non è casuale, ma significativa.

Quindi se due poliziotti sono in borghese c’è l’idea implicita di operare senza farsi riconoscere.
Quindi “In abiti civili” descrive invece ciò che si vede, mentre “in borghese” generalmente suggerisce anche ciò che si nasconde.

Carmen: Mi fa ridere vedere qualcuno che cerca di fare il pavone per darsi arie e poi finisce per fare una figuraccia.

Hartmut: Io invece rido di gusto quando vedo uno stacanovista che perde la calma per una piccola e insignificante pecca nel suo lavoro.

Edita: A me divertono molto i soliti furbetti del quartierino che sono convinti di farla sempre franca e invece poi vengono scoperti subito.

Khaled: Non posso fare a meno di ridere quando qualcuno inizia a fare un salamelecco per compiacere il potente di turno.

Anne Marie: Trovo esilarante un tipo solitamente sboccacciato che tenta disperatamente di apparire serio durante una cerimonia.

Estelle: Mi fa ridere la faccia sbalordita di chi viene messo davanti al fatto compiuto e non ha più tempo di inventare una delle sue solite scuse.

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Lo sconcerto

Lo sconcerto (scarica audio)

episodio 1237

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Trascrizione

Oggi, cari amici di Italiano semplicemente, parliamo di una parola molto interessante: sconcerto.

È una parola che si sente spesso nei telegiornali, nei commenti politici, ma anche nella vita quotidiana, quando succede qualcosa che ci lascia… un po’ spiazzati.

Abbiamo spessissimo parlato di sorpresa negli episodi passati. A volte con esclamazioni. Questa però non è una parola che si usa in una esclamazione.

Ma che cos’è esattamente lo sconcerto? Qual è la sua prerogativa?

Lo sconcerto è una sensazione particolare, non è semplicemente sorpresa. Non è neanche solo confusione. È un misto di stupore, disorientamento e incredulità.

La componente del disorientamento è molto importante. E si tratta quasi sempre di un commento negativo, contrario. Queste sono già due caratteristiche distintive dello sconcerto.

Quando qualcosa rompe le nostre aspettative in modo improvviso, e noi non sappiamo bene come reagire, ecco che nasce lo sconcerto.

Facciamo qualche esempio.

Immaginate di seguire con attenzione un evento importante, convinti che andrà in un certo modo… e poi succede esattamente il contrario. In quel momento potreste dire:

“C’è grande sconcerto”.

Oppure, in una situazione più quotidiana: arrivate in ufficio e scoprite che hanno cambiato tutto senza avvisare nessuno. Le scrivanie, i ruoli, magari anche i colleghi. E voi restate lì, fermi, a guardarvi intorno. Non sapete se ridere, protestare o andare a prendere un caffè. Ecco, quello è sconcerto.

Interessante anche il verbo collegato: sconcertare.

Qualcosa sconcerta quando ci mette in difficoltà, quando rompe i nostri schemi mentali. Ad esempio:

“Le sue parole mi hanno sconcertato”.

Cioè: non me le aspettavo, mi hanno lasciato perplesso, quasi senza parole.

E poi c’è l’aggettivo: sconcertante.

Una situazione sconcertante è una situazione difficile da capire, che lascia interdetti. Ad esempio:

“È una decisione sconcertante”.

In questo caso si sta dicendo: è una decisione che lascia perplessi, che non convince, che quasi disorienta.

C’è anche un aspetto interessante: lo sconcerto spesso, direi quasi sempre, è collettivo. Non riguarda solo una persona, ma un gruppo, una comunità. Questa è la terza caratteristica distintiva.

Per esempio:

“C’è sconcerto tra i cittadini”.

Questa è una frase tipica del linguaggio giornalistico. Significa che molte persone sono rimaste sorprese e disorientate da una certa notizia.

Ma attenzione: lo sconcerto non è per forza negativo al cento per cento. Può avere anche una sfumatura ironica. Ironica, non positiva però.

Immaginate qualcuno che racconta una cosa assurda, esagerata, quasi incredibile. Voi potreste rispondere:

“Guardo con sconcerto!”

In questo caso, magari state anche scherzando. È uno sconcerto un po’ teatrale, esagerato apposta.

Dal punto di vista etimologico, la parola viene da “concerto”, che ha a che fare con l’armonia, con l’accordo. Spesso con la musica, ma non è questo il caso.

Aggiungendo la “s-” iniziale, si crea l’idea opposta: qualcosa che rompe l’armonia, che crea disordine. E infatti lo sconcerto è proprio questo: una perdita di equilibrio, almeno momentanea.

Infine, una piccola osservazione sull’uso.

Sconcerto” è una parola abbastanza formale. Nella lingua parlata di tutti i giorni si usano più spesso espressioni come:

“sono rimasto di stucco”

“sono rimasto spiazzato”

“non ci ho capito più niente”

“Sono basito” è ugualmente abbastanza formale

Però usare “sconcerto” dà un tono più preciso, più elegante, e anche un po’ più giornalistico. Ribadisco comunque che si usa quasi sempre in senso collettivo e non individuale.

A conti fatti, è una parola molto utile, perché descrive una sensazione complessa con una sola parola.

E quando una parola riesce a fare questo… vale la pena ricordarla.

Adesso ripassiamo qualche espressione passata. Spero nonci sia sconcerto da parte vosra, visto che lo facciamo sempre…

Marcelo: Durante il matrimonio della maggiore delle mie figlie, per inciso un momento molto felice per tutti i genitori, aspettavo il mio amico più stretto alla festa.
Ho provato uno sconcerto indimenticabile quando sono venuto a conoscenza che lui non sarebbe venuto.
I miei pensieri percorrevano i meandri del mio cervello senza scoprire il vero motivo: incidente con la macchina, indisposizione personale… non riuscivo a figurarmi il motivo. Più tardi,a bocce ferme, quando eravamo già rilassati, scoprimmo il perché del suo atteggiamento. La sua decisione che non sto quì a dirvi, è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Sono passati anni ormai, e nonostante i miei *tentativi* di appianare le controversie, il rapporto non ha mai ritrovato il suo corso. Della serie: bastano piccoli capricci per rovinare un’amicizia di anni!

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