Oggi parliamo di una costruzione molto italiana, molto elegante, e soprattutto molto usata nello scritto e nei tg.
È una di quelle cose che uno straniero potrebbe capire benissimo… ma poi non osa usare.
Parliamo di frasi come:
un problema che tanto preoccupa i giovani è quello dell’inquinamento un tema che tanto interessa l’opinione pubblica e che è stato trascurato dai partiti
E già qui possiamo dirlo subito, senza girarci intorno: questo uso di “tanto” funziona solo se c’è “che” davanti.
Senza che, la magia svanisce.
Immaginiamo una situazione molto comune.
C’è un amico che dice:
Il lavoro precario preoccupa i giovani.
Fin qui tutto normale.
Oppure:
Il lavoro precario preoccupa molto i giovani.
Okay, Abbiamo reso la questione più seria.
Ma se vogliamo rendere la frase un po’ più “da articolo”, possiamo dire:
Il lavoro precario è un problema che tanto preoccupa i giovani.
Potrei usare anche “molto” al posto di “tanto’, ma normalmente non si usa.
Vediamo qualche esempio meno serio, ma molto italiano.
La dieta che tanto preoccupa chi ama la carbonara è quella senza grassi…
Un argomento che tanto interessa chi finge di lavorare in ufficio è quella di poter usare Netflix sul PC mentre è al lavoro
Una riunione che tanto entusiasma i capufficio è quella del venerdì sera…
Notate una cosa importante:
“che tanto” seguito dal verbo, molto spesso sembra quasi dire “come tutti sanno”.
È un “tanto” che – passatemi l’espressione – strizza l’occhio al lettore. Sto dicendo una cosa che probabilmente è già nota, come a dire “come si sa”, “come è risaputo”.
Questa è la prima caratteristica importante da ricordare: è simile a “come tutti sanno”
Adesso vi chiedo: “Che tanto preoccupa” è uguale a “che preoccupa tanto”?
No. Entrambe sono forme corrette, ma non dicono esattamente la stessa cosa.
che tanto preoccupa è più formale, più distaccato e sembra come detto un fatto noto, condiviso. Inoltre può essere ironico.
che preoccupa tanto invece è più diretto, più emotivo e più vicino al parlato. La preoccupazione sembra maggiore e difficilmente si usa ironicamente.
Questa è la seconda importante cosa da ricordare: è più formale, distaccato e a volte ironico.
Confrontiamo:
Un problema che tanto preoccupa i genitori è quello della disciplina dei figli La disciplina dei figli è un problema che preoccupa tanto i genitori
La seconda frase sembra detta da qualcuno che è “dentro” il problema. C’è più condivisione di emozioni e l’enfasi è sulla preoccupazione che è molta.
La prima invece sembra detta da qualcuno che lo “analizza” il problema. È più distaccato, più da cronista, meno emotivo.
Attenzione poi, perchè questa costruzione funziona bene soprattutto con verbi come:
interessare
preoccupare
colpire
dividere
appassionare
inquietare
Questa è la terza cosa da ricordare: si usa solo con alcuni verbi.
Funziona meno, o per niente, con verbi troppo concreti: una pizza che tanto mangiano gli studenti, un autobus che tanto arriva in ritardo.
Qui “tanto” non trasmette lo stesso messaggio. Infatti sembrerebbe che ci sia un tono di rassegnazione, come abbiamo visto in un passato episodio, sempre dedicato a “tanto”. Anzi ne abbiamo parlato anche in un secondo intitolato “tanto piove o piove tanto?” in cui spieghiamo questa differenza. Anche il tono nella pronuncia è diverso.
Aggiungo che spesso la frase è scritta come inciso, quindi all’interno di una frase tra due virgole. o anche tra parentesi o tra due rattini a volte.
Questa è una quarta caratteristica, spesso frequente: spesso si trova all’interno di un inciso.
Es:
La questione della grammatica, che tanto preoccupa i principianti della lingua italiana, in italiano semplicemente è meno importante.
Questo problema, che tanto preoccupa i genitori, resta irrisolto.
Un tema – che tanto interessa gli studiosi – e che torna ciclicamente, è quello della scelta tra sicurezza e controllo della popolazione.
Il problema dell’origine del linguaggio, che tanto preoccupa psicologi e linguisti, è insolubile.
Anche il problema dell’insufficienza dei fondi, che tanto interessa l’Europa, è stato pienamente risolto
Quindi in questi casi si anticipa qualcos’altro: cioè ciò che viene detto o scritto dopo l’inciso. Ce lo aspettiamo, questo seguito.
Non sempre si trova in un inciso comunque. Basta vedere i seguenti esempi:
Anche a 2 mesi i bambini rivolgono il capo nella direzione appropriata, come a voler scoprire l’oggetto che tanto interessa l’adulto.
Qui si vuole dare eleganza alla frase e comunque questa forma si presenta spesso quando si parla in generale: “che tanto interessa l’adulto”, e non “che tanto interessante Giovanni” che è una persona singola. Si può fare anche riferito ad una persona specifica, ma è meno frequente.
Questa è la quinta e ultima caratteristica: si parla quasi sempre in generale.
Quindi ricapitoliamo:
– è simile a “come tutti sanno”
– è più formale, distaccato e a volte ironico
– si usa solo con alcuni verbi
– spesso si trova in un inciso
– si parla quasi sempre in generale
Adesso ci occupiamo del ripasso degli episodi passati, che tanto piace ai membri dell’associazione Italiano Semplicemente.
Marcelo: Il mio programma preferito è “un giorno particolare” di Aldo Cazzullo. Una serie storica originalissima che non scade mai nel banale.
Khaled: Io invece seguo i talent show, ma solo nella misura in cui non diventano autoreferenziali.
Anne Marie: Confesso che mi mi piacciono i reality, non tanto per il contenuto quanto per il modo in cui riescono a trasformare il nulla in spettacolo.
Karin: Le serie crime sono bellissime. Mi prendono soprattutto quando la trama, lungi dall’essere scontata, riesce davvero a spiazzarmi.
Hartmut: A me appassionano i documentari scientifici, perché aconti fatti, sono gli unici programmi che mi lasciano qualcosa dopo la visione.
Danielle: con la vita stressante che faccio, guardo solo programmi comici. Ma li apprezzo solo laddove l’ironia non sia fine a sé stessa ma dica qualcosa di sensato.
Descrizione: Un’espressione che nasconde qualcosa di molto “italiano”. Con l’occasione ripassiamo la varietà dei significati da dare alla parola “giusto”.
Seguono 10 domande a risposta multipla.
Nell’episodio ripassiamo anche gli episodi passati seguenti:
C’è un termine che, ogni tanto, riemerge nel dibattito pubblico italiano, nelle discussioni, nei dialoghi parlando di politica, per descrivere certi atteggiamenti di subalternità, certi cedimenti improvvisi o improvvide fedeltà alla linea del capo: vassalli (vassallo al singolare).
È un termine antico, semplice nella sua struttura e profondamente feudale nella sua storia.
Il vassallaggio, nell’era del medioevo, consisteva in un accordo di servizi reciproci tra una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra persona che sotto questi aspetti gli era superiore.
Ma, come spesso accade nel linguaggio politico, ciò che sembra appartenere ai tempi dei castelli torna utile anche nel presente, magari per capire cosa succede oggi a Palazzo Madama,nell’Emiciclo o nei dintorni del Colle. Avete capito già che in questo episodio, oltre a spiegare il significato del termine vassallo, ripassiamo anche qualche episodio passato della rubrica dedicata al linguaggio della politica.
Il vassallo, storicamente, era dunque colui che riceveva un beneficio; una prebenda, diremmo oggi, in cambio di fedeltà assoluta al proprio signore. Il vassallo giurava quindi fedeltà al proprio signore, per ricevere protezione e benefici economici, mica pizza e fichi!
È qui che potremmo usare una modalità moderna, il cosiddetto “approccio vassallo”: un modo di agire, generalmente un approccio “politico” in cui un gruppo, un partito o un singolo dirigente rinuncia a una propria autonomia per presidiare, cioè per difendere solo gli interessi del capo. Il vassallo difende il suo capo.
Un atteggiamento che, potremmo dire, non va nella stessa direzione del sistema dei pesi e contrappesi, quel bilanciamento dei poteri che la democrazia moderna pretende. Insomma, una forma di connivenzasistemica. Ce ne sono tanti di cosiddetti vassalli nel sistema politico italiano e molti sono giornalisti che vanno in TV. È tutto il sistema politico Italiano, come credo anche in altre parti del mondo, che funziona così. Per questo parlavo di connivenza “sistemica”.
Questo approccio vassallo che hanno alcune persone si riconosce quando, pur in presenza di malpancisti, di cerchiobottisti e di chi finge di essere equidistante, il gruppo resta sempre compatto, immobile. È pieno di vassalli questo gruppo!
Ma che differenza c’è tra un portaborse, un galoppino e un vassallo? I primi due li abbiamo già incontrati se ricordate.
Fondamentalmente il portaborselavora per il politico, il galoppinolavora per far eleggere il politico e il vassallo lavora per compiacere il politico. Tutti comunque ottengono qualcosa in cambio.
E l’arrivista? Anche questo lo abbiamo già descritto, ma la domanda è: l’arrivista è un vassallo? Oppure è il vassallo ad essere arrivista?
Beh, un vassallo può essere anche un arrivista, se usa la fedeltà come trampolino, se usa cioè la fedeltà per “arrivare” da qualche parte. Infatti gli arrivisti vogliono diventate qualcuno di importante, vogliono conquistare posizioni.
Ma molti vassalli non sono arrivisti: sono fedeli per convenienza minima (vogliono mantenere la poltrona, ad esempio), non per conquistare nuove posizioni.
Al contrario, un arrivista raramente è un vero vassallo, perché l’arrivista non è fedele a nessuno: è fedele solo a sé stesso.
E allora può capitare di assistere ad una bagarrein Parlamento con gli attivisti che si confondono con gli arrivisti che a loro volta si confondono tra i portaborse e galoppini, e può capitare che il codazzo del leader si affanni a inseguire micro-consensi immediati.
In tali circostanze, la reazione delle persone che non amano i vassalli e questo sistema poco trasparente, può assumere forme diverse: c’è chi insorge, chi denuncia sgrammaticature istituzionali, chi parla di ingerenzaesterna o di deriva autoritaria, e chi addirittura evoca un nuovo Aventino, chi pretende moral suasion e chi invoca un minimo di contraddittorio. Ma quando prevale l’approccio vassallo, tutto questo rischia di ridursi a meraretorica, perché la catena gerarchica e il timore di perdere prebende e incarichi, pesa più dei contenuti.
In certi momenti, quando ci sono solo vassalli, persino una vittoria di Pirro può essere presentata come trionfo, mentre le questioni sostanziali scivolano in secondo piano. A dominare, allora, è un linguaggio più simbolico che concreto. La fuffaprende il sopravvento sulle cose che contano veramente e sui fatti.
Il rischio del vassallaggio politico è proprio questo: che la politica diventi solo condoni, sanatorie, prestazioni d’opera e non una visione collettiva. E poi ci meravigliamo se domina il celodurismo e il qualunquismo al posto di un confronto autentico.
E dovete sapere poi che oltre ai vassalli, esistono anche i cosiddetti valvassori e i valvassini.
Questo è molto divertente perché spessissimo queste tre categorie sono citate contemporaneamente: si parla spesso infatti di vassalli, valvassori e valvassini. Parliamo sempre dell’era del feudalesimo, ma se ne parla anche oggi e indovinate perché?
Brevemente, mentre i vassalli erano i grandi feudatari, in rapporto diretto col sovrano, i valvassori sono il ceto feudale intermedio, quindi sono i dipendenti dei vassalli. Non rispondevano direttamente al re, ma a un grande feudatario. Gestivano porzioni importanti di territorio e a loro volta potevano avere uomini alle proprie dipendenze. Rappresentavano il ceto nobile intermedio. Alla base della gerarchia ci sono i valvassini cioè i piccoli feudatari, che sono appuntoi dipendenti dei valvassori. Il loro ruolo era prevalentemente locale, ma facevano comunque parte della catena gerarchica feudale.
Anche oggi vengono spesso citati uno alla volta o tutti insieme per enfatizzare la catena gerarchica che esiste nella politica moderna.
Per finire riporto qualche frase dalle notizie del giorno:
Nel partito ormai comandano i vassalli, i valvassori e i valvassini del leader.
La scelta dei candidati non è stata democratica: sembra la ripartizione dei feudi tra vassalli e valvassini.
La riforma è passata solo grazie ai valvassori che controllano le correnti regionali.
L’apparato è diviso tra grandi vassalli nazionali e piccoli valvassini locali.
Versione più semplice, con spiegazioni aggiuntive.
C’è un termine che, ogni tanto, riemerge nel dibattito pubblico italiano, nelle discussioni, nei dialoghi parlando di politica, per descrivere certi atteggiamenti di subalternità, cioè di dipendenza e sottomissione, cedimenti improvvisi o improvvide fedeltà alla linea del capo: vassalli (vassallo al singolare).
È un termine antico, semplice nella sua struttura e profondamente feudale, cioè legato al sistema del feudalesimo, nella sua storia.
Il vassallaggio, nell’era del Medioevo, consisteva in un accordo di servizi reciproci tra una persona politicamente ed economicamente meno influente e un’altra persona che, sotto questi aspetti, gli era superiore. In altre parole, un rapporto gerarchico rigido.
Ma, come spesso accade nel linguaggio politico, ciò che sembra appartenere ai tempi dei castelli torna utile anche nel presente, magari per capire cosa succede oggi a Palazzo Madama (cioè il Senato), nell’Emiciclo (l’aula parlamentare) o nei dintorni del Colle (cioè il Quirinale, la Presidenza della Repubblica).
Avete capito già che in questo episodio, oltre a spiegare il significato del termine vassallo, ripassiamo anche qualche episodio passato della rubrica dedicata al linguaggio della politica.
Il vassallo, storicamente, era dunque colui che riceveva un beneficio, una prebenda, vale a dire un compenso o privilegio, in cambio di fedeltà assoluta al proprio signore, il sovrano ,il re.
Il vassallo giurava fedeltà al proprio signore, per ricevere protezione e benefici economici, mica pizza e fichi! In parole povere: lui obbediva e il signore lo ricompensava in qualche modo.
È qui che potremmo usare una modalità moderna, non sempre esplicitata ma perfettamente riconoscibile, quella dell’approccio vassallo, che è un modo di agire, generalmente un approccio politico in cui un gruppo, un partito o un singolo dirigente rinuncia a una propria autonomia, cioè smette di decidere con la propria testa, per presidiare, cioè proteggere e difendere solo gli interessi del capo. Se parliamo di approccio evidentemente non appartiene solo a una persona, ma è un modus operandi tipicamente Italiano.
Un atteggiamento che, potremmo dire, non va nella stessa direzione del sistema dei pesi e contrappesi, cioè quel bilanciamento dei poteri che la democrazia moderna pretende.
Insomma, una forma di connivenza sistemica, vale a dire la complicità silenziosa dentro un sistema.
Questo approccio vassallo si riconosce quando, pur in presenza di malpancisti (cioè persone interne al gruppo ma scontente), di cerchiobottisti (persone che cercano di dare ragione a tutti), e di chi finge di essere equidistante, il gruppo resta compatto, immobile, nonostante tutto. L’approccio vassallo ha la meglio.
Vediamo adesso la differenza tra un portaborse, un galoppino e un vassallo.
Detto in breve:
Il portaborse abbiamo visto che lavora per il politico, cioè lo assiste. Gli “porta le borse”, un modo figurato per indicare un aiuto.
Il galoppino lavora per far eleggere il politico, cioè fa campagna elettorale. Il galoppino “galoppa” cioè corre, si affanna, con l’obiettivo di farlo eleggere.
Il vassallo invece lavora per compiacere il politico, cioè gli è servile, vuole che sia contento e gli è fedele.
E l’arrivista? Questo lo abbiamo già descritto, ma la domanda è: l’arrivista è un vassallo oppure è il vassallo ad essere arrivista?
Un vassallo è quasi un servitore, quindi può al limite essere anche un arrivista, se usa la fedeltà come trampolino, cioè come mezzo per salire di posizione. per conquistate potere, cariche pubbliche magari. Ma il vassallo non tradisce mai il suo signore.
Molti vassalli non sono arrivisti dunque: sono fedeli per convenienza ma si accontentano di mantenere la poltrona, non per conquistare nuove posizioni, non per ottenere altro.
Al contrario, un arrivista raramente è un vero vassallo, perché l’arrivista non è fedele a nessuno in genere: è fedele solo a sé stesso, cioè alla propria carriera.
E allora, può capitare di assistere a una bagarre, cioè una rissa verbale, in Parlamento, con gli attivisti che si confondono con gli arrivisti, che a loro volta si confondono tra i portaborse e i galoppini, e può accadere che il codazzo del leader, cioè il suo seguito, le persone più fedeli, si affanni a inseguire consensi immediati, anche se piccoli.
In questi scenari, tra prestanome, accuse di malcostume, tangenti, bustarelle (tutte parole che indicano pagamenti illeciti), o quesiti di par condicio, cioè di equilibrio mediatico, riaffiora il sospetto che qualcuno stia intrallazzando, cioè stia facendo giochi di potere poco trasparenti, magari dalla celebre stanza dei bottoni, vale a dire dal luogo metaforico dove si decide tutto.
In tali circostanze, la reazione delle persone che non amano i vassalli e questo sistema poco trasparente può assumere forme diverse: c’è chi insorge, chi denuncia sgrammaticatureistituzionali (comportamenti o atti pubblici che violano le buone regole del funzionamento istituzionale, pur senza essere necessariamente illegale) e chi parla di ingerenza esterna (interferenza), o di derivaautoritaria, e chi addirittura evoca un nuovo Aventino, cioè una forma di protesta tramite abbandono dell’aula parlamentare; chi pretende moralsuasion (persuasione istituzionale) e chi invoca, cioè desidera e reclama, un minimo di contraddittorio, cioè una discussione reale.
Ma quando prevale l’approccio vassallo, tutto questo rischia di ridursi a mera retorica, cioè a parole vuote, perché la catena gerarchica e il timore di perdere prebende e incarichi pesa più dei contenuti.
In certi momenti, quando ci sono troppi vassalli, persino una vittoriadi Pirro, cioè una vittoria inutile, può essere presentata come un trionfo, mentre le questioni sostanziali scivolano in secondo piano. A dominare, allora, è un linguaggio più simbolico che concreto. La fuffa, cioè il vuoto, il niente, prende il sopravvento sulle cose che contano veramente.
Il rischio del vassallaggio politico è proprio questo: che la politica diventi solo condoni, sanatorie, prestazioni d’opera e non una visione collettiva. E poi ci meravigliamo se domina il celodurismo (atteggiamento ostentatamente muscolare) e il qualunquismo (indifferenza verso la politica) al posto di un confronto autentico.
E dovete sapere poi che oltre ai vassalli, esistono anche i cosiddetti valvassori e i valvassini.
Questo è molto divertente perché spessissimo queste tre categorie sono citate contemporaneamente: si parla spesso infatti di vassalli, valvassori e valvassini. Parliamo sempre dell’era del feudalesimo, ma se ne parla anche oggi, e indovinate perché?
Brevemente:
I vassalli erano i grandi feudatari, cioè i principali signori locali, in rapporto diretto col sovrano;
I valvassori erano il ceto intermedio, cioè i subordinati dei vassalli. Potremmo dire che sono u vassalli dei vassalli.
I valvassini erano i piccoli feudatari, in altre parole i dipendenti dei valvassori, quindi i vassalli dei vassalli dei vassalli.
Anche oggi vengono spesso citati uno alla volta o tutti insieme per enfatizzare la catena gerarchica, cioè il sistema di livelli di potere, che esiste nella politica moderna.
Per finire riporto qualche frase dalle notizie del giorno:
Nel partito ormai comandano i vassalli, i valvassori e i valvassini del leader.
La scelta dei candidati non è stata democratica: sembra la ripartizione dei feudi tra vassalli e valvassini.
La riforma è passata solo grazie ai valvassori che controllano le correnti regionali.
L’apparato è diviso tra grandi vassalli nazionali e piccoli valvassini locali.
Questo episodio è particolarmente ricco di ripassi della rubrica dedicata al linguaggio della politica e per questo può risultare ostico e indigesto per molti stranieri. Allo stesso tempo però consente di rispolverare gli episodi passati e di fare grandi passi in avanti. Abbiate fede e sarete ricompensati :-). Adesso se volete potete mettervi alla prova con il quiz finale. Potete se volete anche scaricare il file PDF con le risposte esatte.
Quiz a risposta multipla
1. Chi era il vassallo nel Medioevo?
A. Chi riceveva una prebenda
B. Chi guidava l’esercito
C. Chi eleggeva il sovrano
—
2. Cosa caratterizza l’approccio vassallo?
A. Indipendenza politica
B. Difesa degli interessi del capo
C. Equilibrio tra poteri
—
3. Il sistema dei “pesi e contrappesi” garantisce:
A. Fedeltà al leader
B. Nomine politiche automatiche
C. Bilanciamento dei poteri
—
4. Il portaborse svolge:
A. Controllo dei bilanci
B. Assistenza diretta al politico
C. Mediazione parlamentare
—
5. Il galoppino si occupa di:
A. Vigilanza istituzionale
B. Redazione di decreti
C. Campagna elettorale
—
6. L’arrivista persegue:
A. La fedeltà assoluta al capo
B. Il bene del gruppo
C. La propria carriera
—
7. I valvassori rappresentano:
A. I piccoli feudatari locali
B. Il ceto feudale intermedio
C. Il sovrano
—
8. I valvassini erano:
A. Funzionari della corte
B. Piccoli feudatari
C. Grandi feudatari
—
9. “Intrallazzare” significa:
A. Seguire il regolamento
B. Fare giochi di potere poco trasparenti
C. Mediare tra partiti
—
10. L’espressione “Aventino” indica:
A. Appello alla Corte costituzionale
B. Alleanza tra gruppi parlamentari
C. Abbandono dell’aula come protesta
—
11. Il vassallo riceveva:
A. Protezione e benefici economici
B. Comandi militari
C. Solo titoli nobiliari
—
12. Il vassallo moderno è fedele a:
A. Sé stesso
B. Il capo
C. Il gruppo parlamentare
—
13. Il “codazzo del leader” indica:
A. Il seguito fedele del leader
B. L’opposizione interna
C. I cittadini elettori
—
14. I malpancisti sono:
A. Persone scontente dentro un gruppo
B. Gli elettori fedeli
C. Funzionari governativi
—
15. I cerchiobottisti cercano di:
A. Dare ragione a tutti
B. Difendere il capo
C. Fare campagne elettorali
—
16. Una vittoria di Pirro è:
A. Una vittoria inutile
B. Una vittoria simbolica
C. Una vittoria militare
—
17. “Fuffa” indica:
A. Vuoto o parole senza contenuto
B. Un documento ufficiale
C. Una norma vincolante
—
18. Il celodurismo indica:
A. Atteggiamento ostentatamente muscolare
B. Indifferenza verso la politica
C. Una strategia di alleanze
—
19. Il qualunquismo indica:
A. Indifferenza verso la politica
B. Uso della violenza politica
C. Obbedienza al capo
—
20. Il vassallo può essere anche:
A. Un arrivista
B. Un oppositore accanito
C. Un giudice indipendente
Il 31 dicembre, mentre molte persone sono immerse nella preparazione del cenone con amici e parenti, nella scelta delle lenticchie da mangiare per portare fortuna, o nel conto alla rovescia finale per salutare il nuovo anno, c’è chi racconta storie sul papa San Silvestro, morto proprio in quella data nel 335, e su come questa ricorrenza si sia trasformata nel tempo da una memoria religiosa a una festa popolare.
Durante un’intervista televisiva di fine anno, un giornalista potrebbe commentare: “È sorprendente quanta non curanzamolti mostrino rispetto alle origini storiche di San Silvestro, concentrandosi soltanto sui festeggiamenti moderni”.
In questo caso vuol dire che molte persone trascurano o non considerano la storia profonda della ricorrenza.
Se descriviamo una persona che, pur conoscendo la storia di San Silvestro, non ne parla durante la cena con amici perché vuole solo divertirsi, potremmo dire: “Luisa era incurante delle discussioni storiche intorno alla notte del 31 dicembre; le interessava solo brindare”.
Dell’aggettivo Incurante non abbiamo ancora parlato. E’ un aggettivo che qualifica il comportamento di Luisa: lei non si preoccupa di approfondire o di menzionare la dimensione storica. Luisa si disinteressa di questo, non se ne cura.
Al contrario, se qualcuno organizza una piccola presentazione storica per spiegare agli ospiti stranieri chi era San Silvestro e perché si usa chiamare così quella notte, diremo che quella persona si è curata di far capire il significato storico della data. “Curarsi di” qualcosa indica l’attenzione e la responsabilità che ha dedicato a spiegare il contesto culturale agli altri.
Tutto deriva dalla parola “cura”, chiaramente.
Per chiarire ulteriormente queste espressioni con esempi in altri contesti: immagina un gruppo di studenti che deve preparare un progetto per la scuola. Se nessuno di loro legge i libri o presta attenzione alle fonti, qualcuno potrebbe lamentarsi della non curanza con cui affrontano lo studio. Se uno studente è incurantedelle istruzioni dell’insegnante e non segue le linee guida, finirà per fare un lavoro scarso. Se invece uno studente si cura di raccogliere fonti affidabili, ordinare le idee e controllare i dettagli, il progetto sarà più solido.
Infine, considera il contesto di una città che deve prepararsi per il grande evento di Capodanno: se l’amministrazione non si cura di organizzare servizi di sicurezza e pulizia, i cittadini potrebbero lamentarsi della non curanza istituzionale nei confronti del loro benessere, e la stampa potrebbe descrivere i funzionari come incuranti dei rischi legati ai fuochi d’artificio, alla folla e alla pulizia delle piazze.
Queste frasi e situazioni aiutano a capire come, in italiano, non curanza, incurante e “curarsi di qualcosa” si usano per descrivere atteggiamenti di attenzione o disattenzione verso compiti, eventi storici, persone e responsabilità.
Il prefisso di incurante si dice “privativo”: in indica assenza, negazione.
La radice invece è curante, participio presente di curare.
Il significato letterale di incurante è quindi di una persona “che non si cura (di qualcosa)”.
Quando diciamo che qualcuno è “incurante”, comunichiamo implicitamente che dovrebbe prestare attenzione ma non lo fa, e questo comportamento è potenzialmente rischioso, scorretto o poco opportuno.
Alcuni sinonimi sono:
distratto: rispetto a incurante, che sottolinea la mancanza di attenzione verso qualcosa che meriterebbe cura, non ha una sfumatura negativa. Infatti nella distrazione, semplicemente l’attenzione è altrove, perché spesso avviene in modo involontario. E’ meno giudicante rispetto a incurante
disattento: la persona disattenta non presta attenzione quando dovrebbe; è vicino a “distratto”, ma è più legato al compito.
negligente: il negligente non adempie ai propri doveri; implica responsabilità mancata. Più grave di “incurante”.
superficiale: il superficiale non va in profondità. Resta in superficie senza approfondire. Affronta le cose senza approfondire; riguarda il modo di pensare/agire, non solo l’attenzione.
noncurante: attenzione, perché se vogliamo trovare una leggera differenza nell’utilizzo, vi dico che ad esempio se dico a una persona che è non curante degli interessi degli altri, ad esempio, pur essendo molto simile a “incurante”, lo pronuncio spesso con astio, perché la persona non curante di qualcosa lo fa con un tono più volutamente indifferente, quasi di sfida. Incurante in genere è più descrittivo, mentre non curante è più accusativo. Mi spiego meglio: incurante tende a essere più descrittivo nel senso che fotografa un atteggiamento di disattenzione o trascuratezza. Mette l’accento sul comportamento osservabile.
Esempio: “Andava avanti incurante del traffico”, “affrontò il nemico incurante del pericolo”. Potrei usare anche “noncurante” senza troppi problemi (oppure anche “non curandosi del traffico/del pericolo”), però incurante suona meglio come una constatazione. Non è detto ci sia emozione o giudizio. D’altro canto, non curante/noncurante tende a essere spesso più accusatorio: suggerisce una scelta volontaria, quasi provocatoria, di ignorare ciò che andrebbe considerato.
Esempio: “Si comportava in modo sfacciato, assolutamente noncurante delle regole.”
Suona quindi più spesso come un rimprovero implicito.
indifferente: l’indifferente, infine, non prova interesse o coinvolgimento emotivo; riguarda più il sentimento che l’attenzione.
Con questo episodio si chiude il percorso della rubrica Accadde il, un viaggio attraverso eventi storici utili per approfondire la lingua italiana in modo naturale e coinvolgente. Per chi desidera continuare a ripassare questi contenuti e ritrovarli periodicamente, il gruppo WhatsApp riservato ai membri dell’Associazione Italiano Semplicemente rappresenta lo spazio ideale: lì gli episodi vengono ripresi, commentati e integrati nel lavoro quotidiano sulla lingua. Se apprezzi questo tipo di contenuti ti invito a diventare membro dell’associazione e a partecipare attivamente alla nostra comunità.
Chiaramente, se vuoi andare avanti da solo, incurante dei miei consigli, fai pure 🙂